Empatia: strumento prezioso per comunicare meglio

Empatia: strumento prezioso per comunicare meglio

L’empatia è un’abilità sociale che nell’ Empatiaimmaginario collettivo indica la capacità di “mettersi nei panni” degli altri, ossia di immedesimarsi nella realtà emozionale contingente del proprio interlocutore, per comprenderne pensieri, sentimenti, stati d’animo ed emozioni. E’ una forma intangibile, ma allo stesso tempo profonda, di comunicazione non verbale che può connettere tra loro due persone e i loro rispettivi “mondi interiori”, anche in totale assenza di parole. Infatti, il canale privilegiato della comunicazione empatica è il linguaggio del corpo (mimica facciale, gestualità, postura, prossemica, abbigliamento, voce e i suoi attributi paraverbali).
Secondo la prospettiva sociale l’empatia è una competenza emotiva di notevole importanza, grazie alla quale è possibile entrare più facilmente in sintonia con il vissuto emozionale della persona con la quale si interagisce; senza che ciò implichi la necessità o l’obbligo di condividere un suo particolare stato d’animo (positivo o negativo che sia), o di accettare incondizionatamente e senza riserve un comportamento o un modo di pensare.
Empatia vuol dire fondamentalmente comprensione senza giudizio. Per questo può essere paragonata a un simbolico “ponte a due vie”, che prima permette di entrare in punta di piedi nel mondo dell’altro senza far rumore, e di rimanervi il tempo necessario per comprendere le motivazioni di fondo (antecedenti) che spiegano il perché di un atteggiamento, di un gesto o di un comportamento; poi consente di ritornare nella propria realtà esistenziale, caratterizzata dalla consapevolezza di tutto ciò che è altro da sé e che tale deve rimanere.
Questo viaggio virtuale di andata e ritorno, da sé verso l’altro e dall’ altro verso di sé, non richiede alcun giudizio personale su ciò che è accaduto o sull’ adeguatezza di ciò che l’altro ha provato e sentito dentro di sé prima, durante o dopo che il fatto accadesse. È un viaggio silenzioso che l’emisfero cerebrale destro, deputato alla gestione delle emozioni, autonomamente compie, e che può durare anche solo un attimo: il tempo di uno sguardo profondo e intenso che attraverso gli occhi porta al cuore della persona che si ha di fronte, per accoglierla, ascoltarla, comprenderla. Tutto il resto viene dopo, ma non è certo empatia; è analisi del contesto e della realtà dei fatti, esame degli antecedenti motivazionali, verifica dell’adeguatezza delle ragioni individuali, pura razionalità; che l’emisfero cerebrale sinistro a sua volta meticolosamente compie per capire più in dettaglio come stanno le cose o come si sono svolti i fatti. A titolo di esempio, immaginiamo una prima situazione di contesto empatico. Un giovane paziente che ha perso il lavoro, rivela al proprio medico di sentirsi gravemente depresso e sfiduciato e di aver anche pensato di farla finita. L’empatia dello specialista non si dimostra certo con la prescrizione di farmaci antidepressivi, che è cosa giusta e indispensabile da fare, ma solo dopo aver compreso lo stato d’animo del paziente; si esprime con la capacità di ascolto empatico, che è la premessa fondamentale per arrivare a comprendere in profondità il vissuto del paziente, ciò che egli sta provando sia in quel momento, sia quando la sua mente è stata attraversata da pensieri di suicidio. È proprio grazie a questa preziosa forma di ascolto e alla verifica della congruenza del linguaggio del corpo del paziente che il medico potrà capire la gravità della situazione e adoperarsi in maniera professionalmente competente e psicologicamente efficace; ferma restando l’astensione dal giudizio di valore sulla persona e sui suoi pensieri e comportamenti.
D’altra parte, a un buon medico che svolga con competenza e coscienziosità il proprio lavoro, non è certo richiesto di farsi carico – in nome dell’empatia – dei problemi, delle ansie e delle sofferenze di tutti i suoi pazienti. Se lo facesse, darebbe prova di incompetenza professionale e di atteggiamento autolesionistico; e non è ciò che serve per aiutare sia chi soffre sia chi ha bisogno di essere ascoltato. Ma è anche fuor di dubbio che un atteggiamento empatico verso il paziente potrebbe rivelarsi fondamentale per almeno due motivi: in primo luogo per capire meglio la reale entità del suo problema e gli effetti sul piano psico-emotivo e comportamentale; poi per intervenire efficacemente sul piano terapeutico con prescrizioni, modalità e tempi
ritenuti più opportuni. Anche in altre situazioni come il tradimento del partner di cui ci si fidava ciecamente, un grave incidente o una malattia, la scomparsa di una persona cara o la fine di un’importante storia d’amore, l’empatia potrebbe rivelarsi un comportamento emotivamente intelligente e socialmente adeguato verso chi sta attraversando momenti difficili. Utile innanzitutto a comprendere gli stati d’animo e le emozioni del proprio interlocutore, e poi a fornirgli sostegno psicologico, sollievo morale o semplicemente ascolto empatico, che già di per sé è un gesto importante.
In conclusione, porre in essere un comportamento empatico di sintonia e vicinanza emotiva può aiutare gli altri a sentirsi meglio e forse anche a trovare dentro se stessi gli stimoli, il coraggio e la forza necessari per superare le difficoltà, rialzarsi dopo un crollo psicologico e continuare a vivere (resilienza). Nelle relazioni interpersonali l’empatia diventa la principale e forse l’unica “chiave di accesso” ai sentimenti, agli stati d’animo, alle motivazioni e più in generale al mondo dell’altro. Quindi, empatia come abilità sociale utile a tutti per comunicare più efficacemente con il prossimo, e competenza distintiva assolutamente irrinunciabile nelle cosiddette “professioni di aiuto”, nelle quali una sua attenta e scrupolosa applicazione farebbe sentire notevoli benefici a tutto campo. Per questo, medici, infermieri, assistenti sociali, insegnanti, agenti di polizia
penitenziaria, coach, ma anche (e forse soprattutto) gli stessi genitori, potrebbero trovare nell’ empatia un’alleata preziosa per interpretare più efficacemente il proprio ruolo e fare meglio il proprio “mestiere”.